Il profumo della brina

Collana "I Quaderni del Circolo Menocchio"

circolo.menocchio@libero.it 

www.menocchio.it

Quaderno aperto n. 93, 88 pagine

Pubblicazione: dicembre 2019

ISBN 978-88-7562-232-9

Grafica e impaginazione: Interattiva, Spilimbergo (PN)

Stampa: Rosso Soc. Coop. Gemona del Friuli (UD)

Edizioni Olmis via Andervolti 23 - 33010 Osoppo (UD)

olmis@olmis.it

Prefazione di Mauro Corona

Postfazione di Aldo Colonnello

Prefazione

Il grande scrittore e premio Nobel Iosif Brodskij disse: "Se c’è qualcosa che può sostituire l’amore, questa è la memoria». E aggiunse: «Ciò che 
spinge a scrivere non è tanto una preoccupazione per la caducità della propria carne quanto l’impulso a salvare certe cose del proprio mondo, della propria civiltà personale». Franchino Giordani ha provato a fare questa operazione pur padroneggiando un’altra arte: la musica. Che fa poca differenza. I suoi testi infatti, molto belli e poetici, tendono a ricordare i canti scomparsi e la vita che fu. La memoria va depositata nella banca del cervello. Anche se non la si avrà indietro con qualche interesse. Il tempo e la morte non aggiungono interessi a quello che è stato.  Semmai alcune esperienze, non sempre positive. Nel suo libricino, l’amico Franco, non fa altro che riportare a galla ciò che stava andando a fondo. Ciò che ha vissuto nell’infanzia, nell’adolescenza in quel paese mitico di nome Claut. Villaggio formato ancora da forti boscaioli e artigiani del legno. Gente in via di estinzione giacché una politica miope nulla fa per salvare quel patrimonio manuale che rasenta il virtuosismo. Bisogna scrivere. E’ necessario. Mi fanno pena i soloni letterari che vorrebbero scribacchiare soltanto loro. Ovviamente dopo aver raggiunto una certa fama. «In Italia tutti scrivono e nessuno legge». Così dicono. Io invece esorto a scrivere per salvare il più possibile memoria. Come ha fatto Franchino compare di musica e canti. E qualche volta anche baldorie. Ha agito sotto la spinta del ricordo, senza velleità letterarie, ambizioni o vanità. Lo ha fatto convinto dalla realtà del passato remoto. Dove nacquero avvenimenti che hanno cucito i  nostri anni migliori. Quelli di un mondo ormai scomparso per sempre. Un mondo senza telefonini, dove, per avvertire che il pranzo era pronto ci si chiamava da una costa all’altra. Se uno non testimonia la memoria finisce. Essa è come quei fiori dei pascoli alti chiamati soffioni. Emergono dal nulla, si nutrono di emozioni, poi passa il vento e li spazza via. Di loro non rimane che lo stecco appassito. Quello stecco siamo noi. Non indugio sullo stile del libro. Anche se Franco ne ha eccome, non serve dirlo. Scarno, asciutto, essenziale, senza fronzoli, senza una nota in più. Non per nulla l’amico viene dalla musica. «La musica è tra le note» diceva Mozart.

Tra le righe di Franco Giordani si coglie una testimonianza importante, senza alcuna nostalgia di “allora si stava meglio”. Puri racconti, emblematici, ironici. Storie che fanno capire i metodi educativi e la formazione di quei tempi. Unico dispiacere per me è che si tratta di un libro troppo sottile. Si vorrebbe leggerne di più pagine simili. Ma non è detto che Franchino finisca qui. Ne tiene in serbo cose da dirci, non ha più vent’anni. Dentro di lui, nella banca della memoria, i ricordi sono in accumulo. Destini, la gioventù, gli studi, la laurea, la famiglia. Tanti sogni. E poi gli amici, quelli ancora vivi e quelli scomparsi. Giovani che il tempo ha cresciuto, reso adulti. La vita poi  li ha divisi, allontanati, sconfitti. Molti oscurati, pochi messi in luce. Quelli che rimangono stanno invecchiando. Dopo i cinquanta si comincia a ricordare. Il passato torna a cercarci come l’adulto torna a cercare il bambino che fu. E allora caro Franco datti da fare, regalaci il seguito della tua memoria di salvamento. Tutti sappiamo più o meno com’era quel mondo. Ma leggerlo ci fa sentire vivi, partecipi, fieri del poco che avevamo. E forse ci rende anche un po’ meno angosciati.
 

Mauro Corona
Erto, 14 marzo 2019