La bellezza ha preso forma: una delle sue cento e mille forme ha trovato la propria attendibilità in questo cd del friulano Franco Giordani. E’ un disco di cui consiglio assolutamente l`ascolto e l`acquisto, custodisce canzoni che hanno corpo, suono e anima, songs che scavano tra le rughe, tra le emozioni e le cicatrici di una vita; una vita che trova la poetica delle piccole cose nel proprio cammino. E poi c’é un packaging molto bello, immagini ricche di suggestioni e nel booklet i testi e narrazioni che ci conducono in un percorso sonoro mai banale, mai scontato. (...) Scegliere quali canzoni di Incuintretimp dovremmo raccomandare l’ascolto non è semplice: Giordani mischia folk (con un sentore di irlanda e americana) e sensibilità italiana, con un suono maturo ed una scrittura davvero interessante; storie di paese, testi sia in italiano che in dialetto, con la musica che scorre nel sangue e la polvere delle strade percorse sulle scarpe, ogni track è una piccola pepita di fiume, un piccolo gioiello di eleganza e autenticità emotiva. (...) Incuintretimp: una certezza di musica di qualità; bravo Franco!

 

                                                   Claudio Giuliani / Mescalina

                                                  Leggi la recensione completa :  http://www.mescalina.it/musica/recensioni/franco-giordani-incuintretimp

Franco Giordani vanta un articolato percorso artistico che lo ha portato a militare in varie formazioni tra stili e generi musicali differenti, ma anche a misurarsi con la letteratura ed il teatro. “Incuintretimp” è il suo disco di debutto come solista, nel quale, vestendo i panni del cantautore, ha raccolto tredici brani autografi più una bonus track, cantati in friulano, italiano, inglese e clautano, la lingua della sua infanzia, che nel loro insieme compongono un diario in musica, intessuto tra canzoni dense di emozioni e ricordi, esperienze personali, storie della provincia furlana, e riflessioni introspettive. Ad accompagnare il disco, come accade spesso nelle pubblicazioni di Nota, è un curatissimo booklet, nel quale i testi delle canzoni sono intercalati dalle suggestive fotografie di Gabriele Moretti, e da un’appendice con sei racconti brevi che contribuiscono a rendere ancor più evocativo e contestualizzato il contenuto delle canzoni di Giordani. L’ascolto rivela un songwriting genuino e sincero dalle radici ben salde nella terra furlana raccontata attraverso la sua gente, le sue bellezze naturali, i suoi sapori e il suo gusto intenso. Insomma, il cantautore friulano nel raccontare sé stesso, racconta la sua terra, e lo fa attraverso canzoni di grande spessore compositivo, spesso scritte a quattro mani con Luigi Maieron e Barbara Floreancig. Caratterizzare i vari brani sono arrangiamenti diretti ed essenziali che guardano ora all’Irlanda ora agli States, e nei quali spiccano le belle tessiture melodiche degli strumenti a corda come mandolino, chitarre, bouzuki e banjo. Ad aprire il disco è la splendida title track un riflessiva overture sullo scorrere del tempo tutta giocata sull’intreccio tra mandolino e fisarmonica, a cui segue l’intensa “Quando sei in guadagno” che suona come un invito a saper cogliere le piccole cose che ci regola la vita. La malinconia di “Nel giro di uno sguardo” apre la strada a “Piel Scure”, piccolo ritratto di un immigrato che gira di casa in casa per vendere collane la notte di Natale. Si prosegue prima con il tagliente country rock di “Gente persa per la città”, e poi con quel gioiello di pura poesia che è “Prove a dimi tu”, in cui spicca il testo firmato da Maieron. La seconda parte del disco si apre con un pugno di canzoni che ruotano intorno al tema del rapporto di coppia come la splendida “Cosa importa”, la serie di sogni di “Non ho mai” e la riflessiva “Solitudine e libertà”. L’introspezione di “Fum”, e la gustosa “La Ballata di Ricardo” ci conducono verso il finale in cui Giordani si sofferma sul suo rapporto con la musica ne “La musica è una preghiera” e della sua concezione del successo in “Effetti speciali”. La superba rilettura di “The Old Triangle” del drammaturgo e poeta irlandese Brendan Behan, suggella un disco pregevolissimo che conferma lo stato di grazia della scena musicale friulana negl’ultimi anni.

 

                                                

                                                 Blogfoolk n. 224, 8 ottobre 2015 www.blogfoolk.com

 

 

Quando cultura, passione, eleganza formale vanno a braccetto non possono che generare piccoli gioielli artistici come Incuintretimp, album di debutto di Franco Giordani, una pepita nascosta da cercare tra le acque color smeraldo del vicino Natisone. Il Friuli è sempre più terra di cantautori, rappresenta una certezza per la musica di qualità a cui aggrapparsi per l'inizio di questo travagliato terzo millennio.

 

Gianni Zuretti

Franco Giordani si presenta piuttosto bene, con idee, forma e sostanza. Bello è il packaging, completo di testi (e traduzioni per i brani in friulano), di racconti autobiografici, di disegni e foto. Una stupenda veste grafica perfettamente funzionale alle 14 tracce di cui si compone il disco, unite assieme dalla matrice folk, dal gusto di narrare storie ed andare oltre la superficie degli eventi e da un suono che sa viaggiare con le parole, che sa creare le giuste atmosfere senza strappi, senza inadeguate trovate ad effetto ("Effetti speciali, c'è chi non ne può più, prendere o lasciare"). Un lavoro di grande onestà intellettuale e di sensazioni sincere, impregnato dei profumi della tradizione, quella d'Irlanda soprattutto. Non è un caso infatti che in questo Incuintretimp ci sia un omaggio a Brendan Behan (The Old Triangle, ultimo brano del CD) che, come spiegato nel booklet, era un artista irlandese dell'inizio del secolo scorso che si definiva "un bevitore con problemi di scrittura". Troviamo quindi l'area festaiola e disillusa di Gente per la Città, quella divertita e nostalgica della title track, viaggiamo ancora oltremanica accompagnati dai suoni del tin whistle e delle pipes (Solitudine e Libertà) e, in generale, dai colori e dagli umori della irish music, di quella che, secondo Van Morrison, è la vera musica dell'anima. (...) Il risultato è di valore, c'è il giusto sentire, belle canzoni e validi disegni melodici ed emerge, in sintesi, una ben definita identità artistica. Per quanto perfettibile (ma non dimentichiamo che parliamo di un'opera prima), questo Incuintretimp merita quindi un ascolto, anzi diversi ed attenti ascolti perché, come per tutti i dischi di qualità, arriva piano piano e ci cattura ascolto dopo ascolto ... in controtempo!                                                                           

 

                                                                                                                                                                                                                 Domenico Grio /   www.rootshighways.it

 

Storie poetiche di paese.

Incuintretimp è nato da passioni vicine e lontane. Tra le storie di una montagna non da cartolina, la poesia di un presente fatto di piccole cose e grandi sentimenti e un approccio folk che vola da qui agli Stati Uniti, dalle terre d'oltremanica ai microcosmi locali sdoganati da Davide Van De Sfroos, col quale condivide il gusto per le storie di paese e l'appoccio "popolare" moderno. Tredici brani (da ascoltare assolutamente la title track, "Gente persa per la città", "Prove a dimi tu", "Non ho mai"), più la rilettura di una poesia irlandese, nei quali la voce ruvida e antica è accompagnata dal suono della chitarra, del mandolino e del bouzouki e da una sorta di "all stars" di musicisti regionali di area folk, jazz, etnica.  Apprezzabile, innanzitutto, la scenta di andare "controtempo" e non alzare barriere linguistiche, affiancando - e spesso mescolando - friulano, italiano e inglese, oltre al clautando della sua Valcellina.

 

                                                                                          

                                                                                              Andrea Ioime /  Il Friuli - settimanale - www.ilfriuli.it

 

                  

Quest’album di esordio “Incuintretimp” arriva quindi dopo una lunga maturazione artistica e umana, quando i continui e piacevoli riscontri nei live ha convinto Franco della bontà dei brani.
E’ un album consapevole delle bellezze che si stanno perdendo, dei legami umani che si fanno leggeri e senza forza, dei luoghi di sempre che cambiano, delle belle amicizie che vanno curate finché sono vive per non rivangare col senno di poi, dei sapori rurali che fanno da guardia, dei suoni della natura soverchiati dai rumori, di gioventù appena lontane e già antiche, di anziani racconti che fanno sospensione, di personaggi border line edi dei rurali svaniti nei ricordi. Il tutto accompagnato da una band di fidi, capaci di sospensioni e di corse, sempre senza strafare, mentre la voce ruvida e piacevole di Franco narra quelle storie che nascono lassù in alto a destra sulla cartina, da dove sono sempre passati popoli e suoni, e dove certe visioni diventano prima che altrove storia comune.
 
Maieron offre all’amico quattro liriche, tre in un friulano misterioso e incomprensibile che si fa subito musica. Sono però percepibili senso ed emozioni, i temi sono quelli, il tempo che scivola via lasciando graffi e battiti, e così “le parole dicono quello che già sappiamo / e se ne vanno un po’ più in là / perdendosi tra luce e dolore” (Las peraules a disin ce che già i savin / e s’a van plui in là a si pierdin tra lûs e dolôr" Cuintretimp), i cambiamenti lasciano solo dubbi e speranze da accarezzare possibilmente in due “Prova a dirmi se l’anno prossimo / la luna porterà più neve o sereno / Come un fiume silenzioso il tempo tace / e l’acqua piange e canta / Prova a dirmi tu come si gioca / a cercare il tutto e a sentire il niente / Il viaggio che ho dentro è un sentiero fuori mano / leggero come l’aria, leggero e lontano / Su strade nascoste passano i giorni / famiglie si muovono, si muovono radici (Prova a dimi tu)” e le radici che si spostano escono a nudo, fanno spaesamento anche in chi viene da lontano (arpeggi e slide a segnare Piel Scure). Torna questo vivere in controtempo, fuori dal clamore, lì dove “anche gli angeli, sera dopo sera / sanno che La musica è una preghiera”.
Le altre liriche sono di Giordani e della brava compagna Barbara Floreancig, ed ecco il ritratto di un outsider ne La ballata di Riccardo; quello del fumatore capace di trovare senso nelle cicche in Fum, tutta giocata su chitarra e bouzuki; la variegata e serenamente rassegnata sopravvivenza nei bar, nella sostenuta Gente persa per la città, perché poi le cose acquistano chiarezza solo quando sono già alle spalle, e non sempre è un male perché “non vedi strade, ma vedi solo errori / non hai tempo per rimedi, ma è troppo presto per andare via / A volte sei in guadagno e in compagnia, e magari non lo sai”(Quando sei in guadagno).
La vita spesso delude i sogni (Effetti speciali), si finisce col perdere la compagnia nel viaggio, si cade da soli (Non ho mai). “Sogno voli lontani, ma le coperte non sono ali / guardo le foglie appassite, so che il vento le solleverà / ma sento la giacca pesante, il
mio abito è questo qua / Chi mi ha riempito la tasca di sassi?” (Solitudine e libertà), “Tutto accade presto, tra oggi e domani / tutto nel giro di un istante, / tutto accade presto, e sei sempre in ritardo/ tutto Nel giro di un istante” quando perdita c’è “che cosa importa se c’è la distanza / che cosa importa se il tempo manca / che cosa importa se non lo posso urlare / cosa importa se non ho niente da dire / E penso dentro me, che cosa importa se lei non c’è”(Cosa importa) perché al destino a volte bisogna piegarsi, come un giunco, fino a che la tempesta è passata, per lasciarla passare.
Chiude l’album un omaggio sentito al poeta irlandese Brendan Behan, un bevitore con problemi di scrittura, voce dell’indipendenza irlandese, che nella sua vita provò anche i duri pagliericci della prigione raccontati poi anche in questo brano già restituito al grande pubblico dai Pogues, The old triangle.
Il libretto offre ancora pagine di racconti, le piccole storie di un paese montano, di una gioventù ancora padrona di un mondo, di un territorio, di campi e fiumi avventurosi, di personaggi che accompagnano quelli cantati nelle canzoni.
Da ascoltare l’album di Franco Giordani, magari vicino a un caminetto acceso, a una compagnia scelta bene, a un bel rosso d’annata, per tenere l’inverno lontano, soprattutto dal cuore.
 
 
                                                                                                                                                                  Alberto Marchetti /   www.bielle.org
 

 


 

 

E' la title track ad aprire le danze e pare uscire direttamente dal repertorio di Maieron (il testo è ovviamente suo) e fa capire quanto, a livello prettamente musicale, il generoso e soave cantautore di Cercivento sia stato ‘sportivamente’ influenzato dal suo chitarrista. Mandolino e bozouki, insieme al flauto, caratterizzano non poco l’esordio, in attesa che la successiva ‘Quando sei in guadagno’ porti tutto sul piano di un cantautorato più classico con qualche influenza derivata dal Tom Petty del periodo ‘Free fallin’’ e ‘Full moon fever’. La voce di Giordani esprime maturità e va a caccia di guai, un cantato sempre sotto controllo che punta quasi a ‘recitare’ i testi piuttosto che a urlarli. ‘Nel giro di uno sguardo’, tutta farina del sacco del titolare, per qualche strano motivo mi riporta alle atmosfere delle pellicole del Francesco Nuti dei malinconici esordi, ma con un pizzico di ruvidità in più. L’attacco della dolce ‘Prove a dimi tu’ (‘Prova a dirmi’) rappresenta un’essenzialità quasi ‘nebraskiana’ ma, via via, appare chiaro che il viaggio prosegue sotto un cielo non del tutto plumbeo e lungo strade che posso anche portare verso il sereno. L’ispirata ‘Cosa importa’ pare voler immaginare un Enzo Jannacci controllato a confronto con un Tom Waits stranamente socievole dietro il tavolo di un’osteria, mentre la fisa si aggira tra le sedie per il giro di boa dell’album. ‘Non ho mai’, dal canto suo, alza considerevolmente il ritmo e, attraverso un cantato alla Roberto Vecchioni su poetica piuttosto ispirata, utilizza banjo e slide con ondate bluegrass abbinate a un ritmo quasi militaresco. ‘Solitudine e libertà’ profuma d’Irlanda fino al midollo grazie al delicati tocchi di Manfrin ma, più che ai Chieftains, sembra un sincero omaggio a Christy Moore. ‘Fum’ (‘Fumo’) è un salto dentro la marginalità come scelta e l’orgogliosa emarginazione con il tabacco e la cenere raccolti dall’asfalto a rappresentare la quotidianità. ‘La ballata di Ricardo’, brano più lungo del cd, è un altro splendido affresco di un personaggio che pare uscito dalla ghenga di sbandati di ‘Hallelujah Joe’ e del Genesio (“Lui è un’ortica, una carta sbagliata. Ma tu, pagagli un giro! Con lui ti divertirai”). ‘La musica è una preghiera’, testo di Maieron, contiene struggenti passaggi di rara poesia accompagnati dal violoncello di Serafini e una vocalità ormai pienamente suggestiva. ‘Effetti speciali’, infine, chiude l’elenco delle composizioni originali uscendo quasi del tutto dalle influenze folk e addentrandosi in una sorta di passeggiata riflessiva accompagnata dai delicati arpeggi alla chitarra. I saluti sono invece affidati all’ispirato omaggio al drammaturgo dublinese dal talento immenso ma dall’esistenza scapestrata Brendan Behan: ‘The old triangle’ (‘Il vecchio triangolo’) riporta l’ascoltatore in Irlanda per uno struggente epilogo riarrangiato da Franco Giordani come se fosse appena uscito in una piazza avvolta dalla nebbia e con una pinta di Guinees tra le mani. Cheers! Prost! Gambei! Kippis! Santè! Fate pure come diavolo preferite: l’importante è brindare alla divulgazione di questo album e ai nuovi orizzonti di Franco Giordani.

 

 

                                                                                                                 Domenico Primavera /  InstArt Webmagazine

                                                                                     http://www.instart.info